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Suicidio: chi pensa ai familiari?

10 Settembre 202314 Settembre 2023 - Nessun commento

Allarme OMS: ogni anno muore quasi un milione di persone nel mondo per suicidio. 

In Italia, in media, ci sono 4mila suicidi all’anno (dati Osservatorio Suicidi). Per rendere più concreti questi numeri enormi, è come se ogni 10 anni scomparisse una città di 40mila abitanti ossia come se scomparissero circa 68 città come Roma o 34 popolose come Milano.

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Emergenza sociale che riguarda tutti noi

Quindi NON possiamo chiudere gli occhi di fronte a questo problema.

Tra l’altro -purtroppo- pandemie, crisi economiche, emergenze internazionali e cataclismi stanno incidendo aumentando le fragilità e le sofferenze psicologiche e psichiatriche (soprattutto tra i giovani). Queste fragilità possono portare, nei casi più estremi, ad episodi di autolesionismo o di suicidio. 

Fa male parlarne ma è necessario per comprendere l’entità di questo problema che è REALE ed è un’EMERGENZA SOCIALE che ogni Paese deve affrontare.

Quando parlo di “Paese”  mi riferisco alle grandi istituzioni che si occupano di salute, educazione e sicurezza (come ASL, Forze dell’ Ordine, CSM Centri di Salute Mentale, SPDC Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, scuole, ospedali, centri di aggregazione giovanile e della terza età, …) ma anche ad ognuno di NOI.

Perché ognuno di noi? Perché siamo e facciamo parte della comunità, siamo immersi nella società, siamo circondati da familiari, amici, colleghi che potrebbero avere bisogno di aiuto.  A questo scopo è stata istituita la Giornata Mondiale della Prevenzione al Suicidio (10 settembre) e vengono promosse varie iniziative sul tema. È importante parlarne, prendere consapevolezza, avere informazioni utili.

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I Sopravvissuti 

Il suicidio impatta gravemente anche sulla vita e sulla psiche di chi rimane, familiari e amici.

Si parla ancora troppo poco di suicidio, dei fattori di rischio o protettivi, e si dà ancora meno spazio al sostegno delle persone che circondano chi minaccia di togliersi la vita o arriva a farlo.

In suicidologia (scienza comportamentista che primariamente è impegnata sul versante della prevenzione e degli interventi clinici appropriati per limitare il fenomeno suicidario) i familiari e gli amici che sperimentano il suicidio di una persona cara e che vedono cambiare la loro vita a causa di tale perdita vengono chiamati SOPRAVVISSUTI. Essi sperimentano un alto livello di disagio psicologico, fisico e/o sociale per un considerevole periodo di tempo dopo la morte di chi amano [Andriessen e Krysinska, 2011; Jordan e McIntosh, 2011].

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Le reazioni dei sopravvissuti 

Quella per suicidio è una morte violenta e traumatica. Il dolore e il lutto che ne conseguono sono unici e diversi rispetto alle reazioni che si hanno rispetto ad altri tipi di perdite (es: per morte naturale, malattia cronica).

I sopravvissuti reagiscono in maniera differente e personale. La reazione cambia, ad esempio, in conseguenza alla  storia del defunto e dell’aspettativa di morte. Si è visto che chi ha vissuto a lungo in una sorta di “sorveglianza suicidaria” per le continue minacce o i ripetuti tentativi di suicidio di una persona significativa, riporta di aver provato una specie di sollievo dopo il suicidio (spesso accompagnato da senso di colpa perché vissuto come inaccettabile). 

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Altre reazioni possibili caratteristiche:

  • rabbia (verso il defunto per aver scelto quel tipo di morte e averli lasciati, verso se stessi per non essere riusciti a fare di più o diversamente, verso altri familiari/conoscenti, verso Dio, verso i sanitari che magari avevano in cura il defunto, o generalizzando, verso tutti),
  • senso di colpa (i sopravvissuti si chiedono spesso se e cosa avrebbero potuto fare per evitare che la persona prendesse quella decisione fatale, sovrastimando le proprie responsabilità),
  • senso di abbandono,
  • vergogna,
  • rifiuto.

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Lo stigma sociale

I sopravvissuti avrebbero bisogno di grande supporto e sostegno eppure esiste ancora uno STIGMA SOCIALE che giudica negativamente chi compie il suicidio rendendo difficile a chi rimane di parlare della propria sofferenza per paura della reazione e dell’opinione degli altri. 

Tra l’altro, non dimentichiamo il peso che hanno le tradizioni, gli usi e i costumi di una società. In molte CULTURE e RELIGIONI l’atto suicidario viene considerato un peccato tanto da negare il giusto conforto o imporre restrizioni ai rituali di commiato.

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Il rischio che si corre

Lo stigma sociale e culturale crea purtroppo SILENZIO intorno all’evento suicidario e ISOLA le persone che restano. 

La perdita di una persona cara è ampiamente riconosciuta come un evento stressante e impegnativo, che aumenta il rischio di sviluppo di molte condizioni di malessere emotivo e psicologico come abbattimento dell’umore, Depressione, PTSD, autolesionismo, pensieri e tentativi di suicidio, .. [Runeson B.,  Åsberg M., 2003; Jordan J.R., 2008].

Eppure la letteratura riporta come la mancanza di informazioni rispetto a dove e come trovare supporto siano i principali problemi che incontrano i sopravvissuti nella nostra società e, questo, ostacola notevolmente la loro ripresa.

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Che cosa si dovrebbe fare 

E’ NECESSARIO e URGENTE:
– sciogliere lo stigma di cui ho fatto cenno sopra,
– offrire maggiori servizi anche a favore dei sopravvissuti,
– creare una rete di sostegno intorno a loro.

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Se sei una persona in lutto dopo un suicidio

  • Ascolta le tue emozioni e i tuoi bisogni
  • Prova a non isolarti e a cercare tutte le occasioni sul territorio che possono aiutarti per elaborare il trauma
  • Contatta un professionista psicologo e psicoterapeuta con il quale riflettere sul vissuto e tutelare la tua salute
  • Cerca sul territorio i gruppi di mutuo e auto-aiuto per condividere ed elaborare insieme ad altri la tua esperienza

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Ti lascio alcuni numeri importanti

Samaritans 06 77208977

Telefono Amico Italia (attivo dalle 10.00 alle 24.00) 02 2327 2327  Chat WhatsApp con +39 324 011 7252  www.telefonoamico.it

Deleofund Onlus 800 168 678 (telefono e chat) dal lunedì al venerdì 9.00/13.00 – 15.00/19.00  www.deleofund.org 

Il Mandorlo Fiorito 351 3333195 (telefono e WhatsApp) oppure email mandorlofioritovda@gmail.com 

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Psicologa Silvia Mimmotti

Bibliografia:
Andriessen K., & Krysinska K. (2011). Essential questions on suicide bereavement and postvention. International Journal of Environmental Research and Public Health, 9(1), 24–32.
Cerel, J., Jordan, J. R., & Duberstein, P. R. (2008). The impact of suicide on the family. Crisis: The Journal of Crisis Intervention and Suicide Prevention, 29(1), 38-44.
Cvinar, J. G. (2005). Do suicide survivors suffer social stigma: a review of the literature. Perspectives in psychiatric care, 41(1), 14-21.
Jordan J.R. (2008). Bereavement after Suicide. PsychiatricAnnalsOnline.com , PSYCH1008Jordan.ind
Jordan J.R., & McIntosh J.L. (2011b). Is suicide bereavement different? A framework for rethinking the question. In J. R. Jordan & J. L. McIntosh (Eds), Grief after suicide: Understanding the consequences and caring for the survivors (pp. 19–42). New York, NY: Routledge.
Lombardo L., Lai C., Luciani M., Modelli E., Buttinelli E., et al. (2014). Eventi di perdita e lutto complicato: verso una definizione di disturbo da sofferenza prolungata per il DSM-5. Rivista di Psichiatria 2014;49(3):106-114. Doi: 10.1708/1551.16903 
McMenamy J.M., Jordan J.R., Mitchell A.M. (2008). What do suicide survivors tell us they need? Results of a pilot study. Suicide Life Threat Behav. 2008 Aug;38(4):375-89. doi: 10.1521/suli.2008.38.4.375.  
Runeson B., & Åsberg M. (2003). Family history of suicide among suicide victims. American Journal of Psychiatry, 160(8), 1525-1526.
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